sabato 1 marzo 2008
AL DIAVOLO NON IMPORTA SE TI FAI IL BAGNO NELL'ACQUA SANTA, MA L'ACQUA SANTA PRETENDE CHE TU TI FACCIA ALMENO LA DOCCIA CON LEI... ;o))
sabato 23 febbraio 2008
Anita e i palloni gonfiati
Io sono il feto malato…. - di Anita Pallara
Lettera aperta a Giuliano Ferrara
Mi chiamo Anita, ho 18 anni e sono un ex feto malato… ora sono una ragazza “malata”, ho una malattia neuromuscolare, in inglese SMA, molto simile alla sclerosi laterale amiotrofica, solo che la Sma colpisce i bambini. Si divide in tre forme: la prima, ossia la più grave, impedisce quasi ogni movimento e si manifesta nei primi mesi di vita del bambino e colpisce anche l’apparato respiratorio e spesso provoca la morte entro i primi anni di vita, la seconda (della quale sono affetta io) si manifesta entro l’anno di vita e impedisce di camminare e porta alla scoliosi e anch’essa colpisce l’apparato respiratorio e porta all’utilizzo di un respiratore durante la notte e fin dai primi anni di vita all’utilizzo di una carrozzina elettrica, la terza è la meno grave ma porta comunque negli anni all’utilizzo della carrozzina. È una malattia genetica rara e quindi non rientra nelle patologie che vengono sottoposte al controllo prima della nascita, a meno che non ci siano casi in famiglia. Suppongo che la domanda sorga spontanea… sono contenta di essere nata? Ovviamente sì, sono fiera di ciò che sono, amo la mia vita con tutte le sue difficoltà, vivo una vita piena, molto più piena di quanto si possa immaginare, ho una famiglia stupenda che mi ha voluta, che quando ha saputo delle mia malattia ha avuto un primo momento di sconforto poi si è rimboccata le maniche e mi ha cresciuto normalmente come tutti gli altri bambini… Ora mi crescono come una ragazza “normale” (esiste la normalità?).
Nella mia vita sono passata da tante situazioni, dai reparti di neurologia pediatrica alle rianimazioni… ai convegni sulla mia malattia, che sono dei raduni carichi di speranza, di dolore, di gioia di vivere… Ho visto genitori straziati dal dolore di aver perso un figlio, tanto velocemente e con tante sofferenze… Ho visto bimbi di due anni su una carrozzina attaccati ad un respiratore impossibilitati a muoversi dalla testa ai piedi, eppure carichi di vita, ne ho visti altri con lo sguardo stanco… Chi si batte tanto a parlare di vita, di diritto alla vita, temo che ne sappia ben poco del vero valore di questa parola, forse parliamo tanto di diritto alla vita di questi tempi perché ci sembra di vivere passivamente e allora ci battiamo più che per il diritto di vita degli altri per riaccendere la nostra volontà di vivere.
Qualcuno potrebbe dirmi “se tua madre avesse saputo della tua malattia tu non saresti nata”, sì è vero, mia madre avrebbe avuto il difficilissimo e dolorosissimo compito di scegliere se perdere un figlio o metterlo al mondo anche se malato.
Bene, mia madre dopo aver avuto me ha provato a darmi un fratellino e ha fatto tutti gli esami ed è risultato che anch’esso era malato… potete immaginare la tragedia interna di mia madre… abortire e perdere un figlio e in un certo senso rinnegarmi o mettere al mondo un bimbo malato (senza sapere quale forma di malattia potesse avere)…. bene mia madre da donna, da madre, ha preso la decisione più giusta… ossia abortire. È forse stata un mostro? un’assassina? o forse è stata coraggiosa, saggia, e ha evitato di mettere al mondo un bimbo destinato a soffrire… Ognuno la può interpretare come vuole… ma è proprio questo il punto, la libertà. Per libertà non intendo poter fare ciò che si vuole (come spesso viene interpretata la libertà) ma essere liberi di poter compiere una scelta, dolorosa in qualsiasi caso, di non sentirsi dei mostri se si compie una o l’altra scelta. Dio stesso ha fornito all’uomo il libero arbitrio…
Concludo rivolgendomi direttamente a lei signor Ferrara. Io personalmente trovo la sua “lista-crociata” anti-abortista del tutto fuori posto, trovo decisamente inadeguato usare un tema così delicato e che tocca così profondamente e personalmente milioni di donne e di uomini, come campagna elettorale. Lei ha messo sullo stesso piano la moratoria sulla pena di morte e l’aborto, trovo difficile comprendere questa comparazione, visto che nel caso della moratoria sulla pena di morte si parla di evitare che persone adulte che hanno compiuto un crimine atroce, e già per questo hanno perso la loro umanità, vengano uccise, per evitare che anche la giustizia si disumanizzi, mentre nel caso dell’aborto parliamo di donne che si trovano davanti a un bivio atroce e non hanno nessuna colpa se non quella di cercare il meglio per sé e per i propri figli…
Finisco dicendole che se per lei abortire è come compiere un omicidio… bene… sono fiera che mia madre sia un’assassina. Cordiali saluti.
Anita Pallara 18 anni ex feto malato
Forse conoscevate già questa storia. Io no, e ne sono rimasta colpita. Specialmente perchè, all'inizio, avevo equivocato, pensando si trattasse di una lettera pro-Ferrara. Poi, proseguendo nella lettura, ho capito. Non trovate anche voi che Anita sia stupenda? Scusate se mi commuovo, ma sapete, ho una figlia della stessa età, anche se di certo molto più fortunata: ed è atroce pensare come la fortuna, talvolta, sia solo questione di un gene diverso o di un cromosoma in più o in meno...
(autore: Roby)
domenica 17 febbraio 2008
In nome di Dio, in nome di Allah... o in nome dell'Uomo?
Non voglio trasferire qui il video (di 1 minuto e mezzo) in cui mi è capitato di imbattermi navigando sui siti di impegno civile; nella fattispecie, mi riferisco a un filmato di cui dà notizia «altrestorie»: un blog - aperto circa 3 anni fa, da un tipo che si firma giuseppe galluccio - del quale ho inserito un banner linkabile nel colonnino di sinistra, perché mi pare un piccolo sito di informazione democratica, magari un po' irruente ma ben fatto ed aggiornato.
Se vi fidate della vostra capacità di dominare le emozioni e di sopportare scene di ferocia umana NON tratte da un film ma, si presume, anogosciantemente reali, cliccate sulla parola video, nel paragrafo precedente.
Un commento a parte merita, credo, il fatto che chi assisteva a questa cosa abbia avuto il fegato di usare il telefonino non già per chiamare la polizia, ma per filmare l'avvenimento (e nelle riprese se ne vedono diversi, di "cell", branditi - per quel che se ne può arguire dalle immagini - esattamente allo stesso scopo).
Non datemi dell'esagerata, ma questa capacità delle donne di continuare a subire sopraffazioni piccole e grandi, che si perpetuano da tempo immemorabile, senza esere indotte ad organizzare la propria collettiva ribellione, mi fa venire in mente la mansuetudine incredula con cui le comunità ebraiche di tutta Europa si sono lasciate sterminare senza riuscire ad opporre una resistenza e una reazione efficace; certo, con il contributo deteminante dell'indifferenza generale degli "altri", che per tanto tempo hanno voltato la testa dall'altra parte.
E riguardo alle donne, non accade esattamente la stessa cosa???
(autore: sissi)
giovedì 14 febbraio 2008
L'editoriale di Ritanna
E pur tuttavia di un’altra vita si tratta. E allora eliminarla, sia essa così dipendente dalla prima, come io penso, o già del tutto formata e indipendente, pone delle inevitabili domande: è un bene o un male? è giusto o ingiusto? Non ho dubbi ad essere d’accordo con te e a rispondere che è un male e che è ingiusto. Ma poi c’è un’altra domanda: chi è responsabile di questo male e di questa ingiustizia? Qui di nuovo le nostre opinioni si dividono. La tua risposta è che la colpa è della donna che sacrifica il suo essere madre sull’altare della libertà, del piacere o dei diritti. Io credo che la donna sia insieme la vittima e l’esecutrice di una condanna che altri hanno deciso. E allora, ancora: chi emette quella sentenza che impedisce ad una vita potenziale di diventare vita reale attraverso un intervento traumatico e innaturale sul corpo femminile?
I motivi per cui si abortisce oggi sono molti. Alcuni sono simili, altri diversi da quelli per cui si abortiva trenta o cento anni fa. L’immigrata spesso abortisce perché non può mantenere un figlio, la ragazza perché vuole studiare e laurearsi, la donna che lavora perché preferisce per il momento dedicarsi ad altro. E, naturalmente, c’è anche chi si sente disturbata nelle sue comodità e nella sua libertà. In un passato non troppo lontano si interrompeva clandestinamente la gravidanza perché fuori dal matrimonio era una vergogna. Voglio dire che ogni aborto anche se ha una storia propria, spesso dolorosa, appartiene anche ad una storia collettiva, al rapporto che in quel momento la società ha con le donne, la maternità, la paternità e la funzione della famiglia. Tu hai raccontato di recente una tua personale e dolorosa esperienza. La donna cui eri legato ha interrotto la gravidanza aiutata da una famiglia e da un ambiente di sinistra che a tuo parere con leggerezza proteggeva e giustificava l’aborto e che ti ha impedito di essere padre. Io ho abortito, clandestinamente, e in modo disperato. All’origine una famiglia diversa dalla tua, di provincia, piccolo borghese e perbene in cui l’aborto era una vergogna perché non erano ammessi i rapporti sessuali prima del matrimonio. Non ho avuto protezione, né solidarietà, ma una sala da pranzo alla periferia di Roma, un medico gentile e un’amica che mi stringeva la mano. Non mi compiango, ma ho lottato e lotterò sempre perché nessuna donna viva quella brutta esperienza.
Tu accusi e condanni le donne in carriera che magari hanno la possibilità di mantenere un figlio e decidono di interrompere la gravidanza. Ti sei chiesto quanto ha contribuito quel mito del successo, del denaro, del potere che tanto permea la società in cui viviamo? E se un’immigrata, che nel suo paese non l’avrebbe fatto, decide di abortire non lo fa in nome di una speranza di una vita migliore per sé e per l’eventuale figlio? Non sto facendo del relativismo di bassa lega, né sto dicendo che non esistono responsabilità personali e collettive. Se riesco a finire questa lettera vedrai che non mi tiro indietro anche nella ricerca e nella individuazione di alcune colpe delle donne. Ma prima alcune cose ancora le devo dire. E queste riguardano l’oggi, l’occidente, il mondo in cui viviamo. Tu accusi le donne di volere innanzitutto la libertà, di sacrificare a questa falsa dea principi più profondi e non negoziabili come quelli della vita umana. Ma perché le donne, solo le donne, dovrebbero essere estranee e non essere ammaliate dalla sirena delle false libertà? Anche esse vivono in un mondo in cui quella sirena è stata esaltata nei costumi, nell’economia, nella vita sociale. Un mondo che molti di coloro che oggi fanno una campagna culturale e politica contro la libera scelta della donna non criticano, anzi apprezzano e approvano. In cui vige la libertà di distruggere la natura, di produrre senza alcuna considerazione per la vita degli uomini e delle donne, in cui – si dice, mentendo – tutti sono liberi di lavorare e di non lavorare, di fare sesso o di non farlo. Se guardi bene, oggi l’aborto in Italia riflette perfettamente la società in cui viviamo. Abortiscono le immigrate per bisogno e per speranza. Abortiscono le italiane (sempre meno per fortuna) perché si adeguano ad una società che esige emancipazione (ed è un bene) e comodità e benessere, certi, per gli uomini e per le donne nel momento in cui decidono di fare un figlio. E questo anche a me mette dei dubbi. Ma non solo sulle donne, bensì su tutti noi, sui nostri valori, sul nostro modo di concepire la vita. Dare la colpa alle donne è comodo, molto comodo. Consente di non vedere il resto, delimita il peccato, lo riduce alla responsabilità di un sesso, non mette in discussione nulla del resto, non guarda le cause. Non mette sotto valutazione critica la società e i valori che riproduce. Non guarda anche agli uomini, questo “primo sesso” così assente e così lontano, così privo di solidarietà nelle scelte pubbliche e private. E per peggiorare la situazione, per renderla più drammatica si ricorre alle parole assassinio o omicidio.
Non c’è bisogno, credimi, di ricorrere a queste parole per dire che sarebbe bene che una vita potenziale non venisse soppressa, che proseguisse il suo corso, che fosse accolta dal padre e dalla madre, che fosse frutto dell’amore e della solidarietà di una coppia.
Ma ti ho promesso di non tirarmi indietro rispetto alla responsabilità delle donne. Faccio di più. Non mi tiro indietro rispetto alle responsabilità delle donne della mia generazione, delle femministe, di coloro che hanno lottato per la libera scelta. Abbiamo fatto bene, abbiamo fatto un passo importante. Non tornerei indietro neppure di un centimetro. Sono orgogliosa di quella battaglia. Ma abbiamo sbagliato quanto abbiamo considerato quel passo definitivo e compiuto. Quando non abbiamo visto che garantire la libera scelta della donna era il primo gradino di una lunga scala e che gli altri gradini, una volta salite sul primo, erano dotati di altrettanta importanza. Una volta che una donna è libera di scegliere, diventa fondamentale cercare anche, incessantemente, la scelta più giusta.
Ci siamo ribellate alla società che non ci voleva libere di scegliere, ma subito dopo ci siamo adeguate ad una società che, in nome di quella libertà, confinava la maternità ad un ruolo secondario. Riduceva la nostra libera scelta a rinuncia, potevamo abortire ma non davvero procreare. Sento che questo è avvenuto, anche per colpa nostra, per un nostro peccato di omissione, per la nostra incapacità di andare avanti, per una sorta di pigrizia intellettuale. Ti riconosco il merito di aver dato una scossa a questa pigrizia. Aggiungo però che il modo in cui stai conducendo la tua battaglia può portare ad un risultato opposto a quello che credo tu voglia raggiungere: la riduzione al minimo degli aborti, la consapevolezza che esso è un male per la donna, per la società e per quella vita in potenza che la donna contiene. Parlare di omicidio e dare la colpa alla donna non può che portare ad un atteggiamento di difesa, ampiamente giustificato dalla profonda ingiustizia che questa affermazione contiene. Dire che quella vita che è dentro di lei non appartiene a lei, ma alla società, allo stato e a Dio significa ridurre la maternità a fatto casuale e tecnico, non vederne la grandezza, il mistero, l’ambiguità. Sì, anche l’ambiguità, che va contemplata e accettata, con una certa dose di umiltà da parte di tutti, donne, uomini, istituzioni laiche e religiose. E questa umiltà di fronte a tanta grandezza e a tanto mistero che mi spinge a non volere fare polemica, ma a voler discutere anche con chi sento lontano da me. E a cercare una mediazione, se non posso trovare un accordo. Oggi quello che ci separa è l’idea della vita. Tu parli della vita come se fosse sempre uguale, con una dignità ed un’importanza assoluta, già data e affermata nel mondo in cui viviamo. Con l’unica grande, terribile eccezione del feto. E invece non è così. Oggi la vita di un ricco vale di più di quella di un povero e infatti i poveri vivono di meno. La vita di un vecchio vale meno di quella di un giovane. La vita di una donna meno di quella di un uomo. Per i fondamentalisti islamici la vita di un infedele non vale niente. Per molti nel nostro civile occidente la vita di un bambino palestinese ha un valore trascurabile. La vita di un militare vale, per patto istituzionale, meno della vita di un civile. Gli oppressori considerano nulla la vita degli oppressi. Chi è oppresso si sente giustificato nell’eliminare la vita dell’oppressore che fino ad allora ha impedito la sua. Non sono state questo le grandi rivoluzioni? E chi giustifica la guerra non considera la vita del suo nemico inferiore alla sua e ai princìpi per i quali combatte? Insomma la vita ha valori diversi ed è ordinata secondo gerarchie che cambiano e non sempre in meglio. A cominciare dalla gerarchia che noi tendiamo colpevolmente a rimuovere che è quella fra la vita umana e la vita animale. Quanto dolore provoca nel nostro mondo la presunta superiorià della vita umana? Io so che viviamo in un mondo così. La mia concretezza e il mio realismo mi fanno misurare ogni giorno quelle gerarchie così forti nel valore della vita, persino con una dose di ossessione, la mia utopica aspirazione all’eguaglianza non è che la volontà o il sogno ad un valore della vita più universale e condiviso. Che abbracci anche – e mi piacerebbe che fosse così – anche quella vita in potenza che è il feto. Tu – mi pare – accetti e non ti curi di quelle gerarchie e di quelle ingiustizie sul valore della vita, ritieni inevitabile la guerra e fissi la tua battaglia, indirizzi la tua utopia, sull’eguaglianza della vita del feto, di quella che io definisco vita in potenza. E ti importa poco che quella affermazione possa portare ad una ulteriore gerarchia che cancella il corpo femminile, riduce la metà del genere umano a puro contenitore. Per te questo è un fatto così trascurabile che non merita neppure la ricerca di una mediazione. Io, invece, in questi giorni ho pensato che le donne una nuova mediazione devono trovarla, che un nuovo patto deve essere stipulato fra noi, la scienza e lo Stato, un patto nel quale abbiamo molto da pretendere e nel quale molte cose possono essere ridiscusse. Oggi la scienza mi dice che quella vita che è dentro di me può essere autonoma dopo la ventiduesima settimana. E’ una cosa di cui devo tener conto e su cui posso pensare di modulare un nuovo patto con lo Stato. Posso pensare di cedere parte della sovranità del mio corpo, per affidarla ad altri, alla comunità e a chi la rappresenta dal momento che so che quella vita potrebbe esserci anche senza il mio corpo. Ma pretendo che i risultati scientifici vengano utilizzati anche per difendermi da una maternità indesiderata, che la società non mi lasci sola e continui a farsi carico di questo. Voglio che le donne che abortiscono abbiano comprensione e compassione. Molto di più di quelle che hanno avuto finora. E ancora voglio che la maternità sia difesa davvero in una comunità pronta ad accoglierla nella concretezza della vita quotidiana e non nella retorica dell’inno alla vita. E naturalmente voglio anch’io lottare per restituire alla maternità il suo valore. Non mi piace per nulla una società in cui un uomo ed una donna decidono che è meglio interrompere una gravidanza perché prima di avere un figlio bisogna finire di pagare le rate dell’automobile. Quella vita possibile è comunque infinitamente più importante di un’automobile. E mi fa un po’ schifo un mondo in cui l’automobile sia più importante di un figlio. Ma quella donna, non la disprezzo. Vorrei aiutarla a riconoscersi meglio, vorrei che si rendesse conto di quello a cui è costretta a rinunciare, dell’inganno a cui è sottoposta. Posso farlo? Sì, posso farlo se parto dalla sua libertà. Se non penso neppure un attimo di cancellarla. Altrimenti – è inevitabile – difenderà (e io sarò con lei) la pur limitata e ingannevole libertà che ha e, naturalmente, l’automobile. Forse, caro Giuliano, mi sbaglio, ma ho l’impressione che se discutessimo del che fare, insieme a molto disaccordo troveremmo qualche punto di accordo su una questione vera e importante che si ripropone in termini nuovi. Non cercare quella mediazione, ma accontentarsi di accusare, inveire, cercare facili consensi, a volte privi di motivazioni e di parola, come a volte mi pare che tu stia facendo, sia pure con tutta l’intelligenza e la passione che possiedi, questo sì mi sembra un peccato. Ciao
194: gli slogan di alcuni, le follie di altri
Finora il cartello più bello (estremamente "romano"!) mi sembra quello del sit in di Lungotevere a Ripa (dove - per inciso - le donne hanno "serenamente e pacatamente" sfondato il cordone di poliziotti che aveva il compito di tenerle a debita distanza dal Ministero della Salute...):
«Che ce volemo fa'? semo in Italia e cce tocca puro questo... dato che - com'è noto - "a cchi ttocca nun z'engrugna"»... (per dirla alla maniera di zizzania!)
Sarà per questo che Veltroni non l'ha voluta espellere?
che v'aggi'a dicere?!? la vita riserva delle belle sorprese, a volte... basta non demoralizzarsi mai e insistere ad andare avanti...
mercoledì 13 febbraio 2008
COMUNICAZIONE "DI SERVIZIO"
Si terranno domani GIOVEDI' 14 FEBBRAIO
numerose manifestazioni di protesta
contro "l'azione violenta e ingiustificata
perpetrata ieri al Policlinico Federico II di Napoli"
(secondo le parole del comunicato emesso oggi dall'Unione Donne in Italia).
Manifestazioni organizzate dall'UDI1. a Napoli grande raduno in piazza Vanvitelli alle ore 17;
2. a Bologna l'appuntamento è alle 17 sotto l'Ospedale Sant'Orsola, via Massarenti, 9;
3. a Milano ci sarà un presidio sotto la clinica Mangiagalli alle 18.
4. a Roma ci sarà poi, a partire dalle 17, un sit in di fronte al Ministero della Salute (lungotevere Ripa, 1), convocato dall'assemblea delle femministe e lesbiche romane, tenutasi oggi presso la Casa internazionale delle donne, a cui hanno partecipato numerosissime donne di tutte le età, per manifestare la propria condanna "ferma e determinata" contro quella che definiscono "una vera e propria dichiarazione di guerra. Una violenza contro il corpo delle donne, istigata dalla crociata per la moratoria sull'aborto" - come si legge nel comunicato diffuso al termine dell'assemblea - "una dichiarazione di guerra annunciata, preparata, provocata e istituzionale, da quando lo Stato e la politica hanno abdicato alla loro responsabilita' e alla scelta di laicità".
Per parte mia, mi limito ad un'unica postilla (amara quanto, purtroppo, scontata): con la quale mi sento obbligata a sottolineare come l'indignazione, la protesta, la difesa della dignità, del rispetto e della legalità, quando si tratta di "faccende di donne", le sentono e le praticano, in quasi totale aureo isolamento, solo le donne.
La pillola del giorno dopo - Storia o attualità?
Tutta per voi, da leggere magari a puntate, eccovi un'interessante ed istruttiva antologia, curata dalla rassegna stampa dell' UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti), che ha collazionato brani di articoli, interviste e commenti apparsi al momento della messa in commercio della "pillola del giorno dopo" (tra il 30 ottobre e il 10 novembre 2000).
ANTEFATTO: IL PROVVEDIMENTO
Su Repubblica del 30 ottobre Nello Martini, direttore del Dipartimento di farmacologia del ministero della Sanità, aveva precisato: «il medicinale è stato autorizzato al termine di una procedura europea di “mutuo riconoscimento” proposta dalla Francia dove è in commercio dal marzo scorso. Dopo una valutazione tecnico scientifica della validità del farmaco in termini di qualità, efficienza e sicurezza, tutti i Paesi coinvolti sono tenuti ad autorizzare la specialità medicinale. Il foglietto illustrativo del farmaco è stato curato, nella versione italiana, ampliando in modo particolare le informazioni per il corretto uso del medicinale» [essendo le donne italiane, come è noto, più sceme delle altre...]. Insomma, tutto tranquillo, un provvedimento che entrava in vigore nella semi-indifferenza generale: invece, l’avvio della vendita nelle farmacie (1° novembre) ha dato la stura al solito intervento integralista vaticano, con l’usuale seguito di lacchè e l’imbarazzo degli ultimi mohicani rimasti a difendere la laicità dello Stato.
Già l’intervento del ministro della Sanità Umberto Veronesi dell’1 novembre era inspiegabilmente sulla difensiva: «l’autorizzazione alla commercializzazione in Italia del farmaco è una procedura comunitaria pressoché automatica, in virtù del cosiddetto mutuo riconoscimento. Il processo di unificazione europea passa anche attraverso i ricettari dei medici e i banchi delle farmacie. È legittimo che ad ogni cittadino europeo venga garantito il diritto di trovare a disposizione gli stessi farmaci da Lisbona a Palermo, da Stoccolma ad Atene». Veronesi ricorda infine che in Italia il ministro ha disposto “norme severe di prescrizione per evitare un uso disinvolto del farmaco”, e che comunque da anni “sono usati in Italia metodi meccanici che impediscono l’annidamento e sono in commercio anticoncezionali contenenti lo stesso principio attivo“: «Chi, per motivi etici e religiosi, è convinto oppositore della 194 avrebbe dovuto gioire alla notizia che ora esiste in Italia un prodotto anticoncezionale che, semplicemente simulando un evento naturale quale il mancato annidamento dell’ovulo, sottrae le donne al rischio di trovarsi di fronte al dramma di dover decidere le sorti di un embrione sottoponendosi all’interruzione volontaria della gravidanza presso le strutture del Servizio sanitario nazionale o peggio facendo ricorso clandestinamente a gente senza scrupoli che per anni ha fatto degli aborti un business».
Di fronte alle critiche vaticane, l’ex ministro Rosy Bindi si è subito defilato (da Repubblica del 3 novembre): «La decisione politica e amministrativa dell’autorizzazione è solo di Veronesi». Sarebbe stato necessario un lungo “approfondimento tecnico-scientifico”, spiega polemica la Bindi, che non era ancora concluso il 25 aprile, data d’insediamento di Veronesi.
«Troveremo un accordo - dice il segretario dei Popolari Pierluigi Castagnetti, del suo stesso partito - perché ci troviamo di fronte ad un provvedimento di governo che riprende una direttiva europea. Solo in Italia comunque solleviamo polveroni di questo genere». [Castagnetti non si chiede chi e perché li solleva. Noi invece ci chiediamo perché, in Italia, per giustificare un provvedimento di cui andare orgogliosi è sempre necessario nascondersi dietro alle direttive europee].
Vedendo i tentennamenti del governo, gran parte dell’opposizione a quel punto si è scatenata: per Riccardo Pedrizzi di AN si tratta di un colpo di mano di Veronesi “che, invece di passare attraverso il Parlamento, ha preferito firmare in silenzio un decreto”.
Tesi ribadita ufficialmente da Giuseppe Savagnone, su Avvenire del 2 novembre: «…questa volta la decisione è stata presa d’autorità dal ministro, escludendo il Parlamento e l’opinione pubblica da un dibattito che, come s’è detto, ha invece di per sé un importante valore politico. E questo, a parte la discutibilità di un tale procedimento dal punto di vista istituzionale, non sembra un metodo adatto a far crescere la democrazia».
Savagnone fa finta di non sapere che il Presidente del Consiglio Giuliano Amato aveva già dibattuto la cosa all’inizio di ottobre, rispondendo a un'interrogazione alla Camera dei deputati, in vista dell’imminente commercializzazione del prodotto: «Siamo in presenza» - spiegò - «di una di quelle situazioni in cui l’autorizzazione da parte di uno stato membro risulta obbligata, cioè vincolata, in ragione delle regole del mutuo riconoscimento comunitario». Un vincolo, chiarì Amato, esercitato già in altre occasioni. [Quindi o Savagnone era disinformato, oppure mentiva. Ma, guarda caso, agli inizi di ottobre il Vaticano ancora non aveva dato inizio al match, e le dichiarazioni di Amato passarono inosservate].
IL VATICANO PROTESTA: «È ABORTO!»
Il 30 ottobre uscì la presa di posizione ufficiale della Chiesa Cattolica: un documento della Pontificia Accademia per la Vita (un organismo internazionale quindi, che guarda caso si pronuncia però quando le cose riguardano noi italiani).
Un documento che fissava paletti altissimi: «la pillola del giorno dopo è un preparato a base di ormoni (estrogeni, estroprogestinici, oppure solo progestinici) che, assunta entro e non oltre le 72 ore dopo un rapporto sessuale presumibilmente fecondante, esplica un meccanismo di tipo “antinidatorio”, cioè impedisce che l’eventuale ovulo fecondato (che è un embrione umano), ormai giunto nel suo sviluppo allo stadio di blastocisti (5°-6° giorno dalla fecondazione), si impianti nella parete uterina. Il risultato finale sarà quindi l’espulsione e la perdita di questo embrione. Se può essere utile, per motivi di descrizione scientifica, distinguere con termini convenzionali (ovulo fecondato, embrione, feto) differenti momenti di un unico processo di crescita, non può mai essere lecito decidere arbitrariamente che l’individuo umano abbia maggiore o minor valore (con conseguente fluttuazione del dovere alla sua tutela) a seconda dello stadio di sviluppo in cui si trova. La gravidanza, infatti, comincia dalla fecondazione e non già dall’impianto della blastocisti nella parete uterina». [Viene da chiedersi perché, con simili premesse, il Vaticano non si impegni in una battaglia tesa ad impedire anche la dispersione del liquido seminale o la distruzione mensile degli ovuli: non vi sono anche lì cellule in grado di dar luogo a una vita umana?].
Umberto Veronesi rispose l’indomani, sostenendo che, pur «ritenendo più che legittime le preoccupazioni dei cattolici e rispettando le motivazioni etiche che le hanno ispirate […] l’Oms già nel 1985 aveva incaricato la comunità scientifica di individuare il momento di inizio della gravidanza. Dopo attenta analisi gli esperti avevano stabilito che essa ha inizio dopo l’annidamento dell’ovulo fecondato all’interno dell’utero».
Altri medici sono intervenuti sulla vicenda: per Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, tutti i farmaci approvati dall’Ue con la procedura centralizzata hanno diritto ad essere posti in commercio entro 90 giorni. «Se si tratta di aborto chimico o meno - dice Garattini - dipende dalle definizioni e dalle convinzioni religiose di ognuno. In questo caso si impedisce l’annidamento dell’ovulo e non c’è ancora un embrione che possa cominciare a crescere. Non c’è possibilità di sviluppo» (dal Corriere della Sera del 3 novembre).
Rilevante anche la presa di posizione del dottor Sandro Spinsanti, medico cattolico, intervistato da La Stampa il 2 novembre: «non c’è un’evidenza scientifica. Noi riteniamo che in un essere umano ci sia qualche cosa di più che in un altro essere animato o animale. Questo di più - l’anima - non si vede al microscopio».
Sicurezze cattoliche che vengono meno anche per don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, che sul numero del 5 novembre afferma: «possiamo concedere infatti che sia meno devastante per il fisico e la psiche della donna… minore è dunque il male: anche se minore, resta sempre un male».
Poche, ma dure, le critiche della stampa laica: Miriam Mafai (su Repubblica del 1° novembre), scrisse «la Pontificia Accademia pretende, con la sua dichiarazione di ieri, di fissare essa, contro il parere di studiosi e scienziati di tutto il mondo, il momento in cui inizia una gravidanza. La “pillola del giorno dopo” non provoca, come è ben specificato da tutte le ricerche, una interruzione della gravidanza, non provoca cioè un aborto. La pillola infatti, se assunta entro le prime 72 ore da un rapporto sessuale non protetto, evita che una eventuale gravidanza abbia inizio, dato che impedisce l’ annidamento dell’ ovulo fecondato nell’utero, processo che richiede almeno sei o sette giorni»; secondo Filippo Gentiloni (Manifesto, 2 novembre): «la maggior parte degli studiosi non è d’accordo su questa estensione del concetto di aborto. E, quel che più dovrebbe contare nei palazzi vaticani, non è d’accordo neppure la storia della dottrina cattolica: anche i più autorevoli studiosi cattolici del passato non sono stati concordi sul momento di inizio della persona umana. Perché, allora, questa improvvisa sicurezza? Forse per la necessità di riaffermare una specifica identità cattolica, in tutti i campi, anche - o soprattutto - in quello della morale sessuale, la più discussa e contestata. Perciò le prese di posizione di questa fine di anno giubilare».
Anche dal mondo politico poche voci critiche, quasi esclusivamente di donne. Ha sostenuto senza mezzi termini Micaela Goren (Forza Italia, responsabile sanità in Lombardia, da Repubblica del 10 novembre): «se è abortivo il Norlevo, allora lo è pure la spirale, anche quella impedisce l’annidamento nell’utero. E dovremmo forse macerarci nei sensi di colpa ad ogni mestruazione, visto che ogni volta va disperso “materiale genetico”, anche ovuli fecondati? Sono aborti anche quelli?». A sinistra, il ministro per le Pari Opportunità, Katia Bellillo (PdCI), ha avuto il coraggio di ricordare su Repubblica del 2 novembre un episodio della sua giovinezza: «La pillola del giorno dopo… Quante polemiche per una cosa che c’è già da anni, da tanti anni. L’ho usata anch’io. E non per questo ho pensato di aver abortito». Emma Bonino, dei radicali, ha sostenuto tesi ancora più dure: «che la Chiesa trovi difficoltà a coesistere con la modernità e la scienza, dai tempi di Galileo alla pillola del giorno dopo, non è una novità. Nulla da ridire, fin quando esercita il suo magistero nei confronti dei credenti. Ma dove il magistero spirituale si fa azione politica integralista è quando pretende di trasformare il precetto religioso in legge, il peccato in reato. Vietando il preservativo, l’aborto e la pillola del giorno dopo, la Chiesa propugna l’ideale della castità (non perseguibile per legge), ma di fatto ci ripropone i tempi bui dell’aborto clandestino».
LA CHIESA CATTOLICA LANCIA L’OBIEZIONE
Sempre l’ineffabile Pontificia Accademia per la Vita, nel suo documento lanciò l’ennesimo attacco alle leggi italiane: «Da un punto di vista etico la stessa illiceità assoluta di procedere a pratiche abortive sussiste anche per la diffusione, la prescrizione e l’assunzione della pillola del giorno dopo. Sono moralmente responsabili anche tutti coloro che, condividendone o meno l’intenzione, cooperassero direttamente con una tale procedura».
Posizione chiosata da Mons. Elio Sgreccia (da Repubblica del 3 novembre): «è lo Stato che obbliga il farmacista a operare contro i dettami della sua coscienza. Tutti hanno il diritto di non compiere azioni che ledono la propria coscienza. Soprattutto quando è in gioco la vita umana». «Ma la legge è chiarissima. I farmacisti hanno il dovere di distribuire farmaci prescritti dal medico», tenta invano di controbattere l’intervistatore. «Questa norma, l’articolo 38 della legislazione sulla sanità pubblica, si riferisce a medicine che servono a tutelare la salute. Qui siamo, invece, in presenza di sostanze soppressive di una vita umana. Se è così, allora è giusto modificare l’articolo. Bisogna cambiare la legge per consentire alla coscienza di esprimersi».
Sgreccia trovò subito un politico disponibile, il presidente della Regione Lazio Francesco Storace, intervistato su Repubblica il 4 novembre: «come governatore, lei rappresenta tutti, anche quelli interessati a comprare la pillola del giorno dopo in farmacia o no?». «Come governatore, mi devo preoccupare anche, con occhio laicissimo, di chi considera questo prodotto un metodo abortivo. La 194 prevede l’obiezione pure per l’infermiere che maneggia il bisturi… non vedo perché un farmacista non possa essere eticamente contrario». Ma «per i farmacisti non c’è l’obiezione», «Appunto, si tratta di garantire l’obiezione anche a loro, integrando la legge 194».
L’invito all’obiezione rivolto ai farmacisti ha ovviamente sollevato le perplessità di molti commentatori (in realtà, i soliti). Miriam Mafai, su Repubblica del 1° novembre: «che la Chiesa condannasse l’uso della pillola era legittimo e prevedibile (ne vietò l’uso persino alle suore che erano state stuprate nel corso della guerra bosniaca)…». Piero Ostellino, sul Corriere della Sera del 1° novembre: «l’appello del Vaticano si configura come una sollecitazione agli “operatori del settore” ad appellarsi alla legge 194 che esonera il personale sanitario dal compimento di procedure e attività dirette a determinare l’interruzione della gravidanza se contrastanti con la coscienza personale. Esso, pertanto, come del resto recita la stessa lettera dell’appello, identifica nella pillola del giorno dopo non un contraccettivo, come sostiene il ministero della Sanità, bensì un metodo abortivo… in conflitto, in tal caso, secondo l’interpretazione della Pontificia accademia per la vita, non sarebbe la Chiesa con lo Stato, bensì finirebbero con essere fra loro le leggi di quest’ultimo. L’una, che impone ai farmacisti di vendere la pillola-contraccettivo; l’altra, che li solleva dal dovere di vendere la pillola-metodo abortivo».
Peggio ancora sul versante dei politici. Micaela Bongi, sul Manifesto del 1° novembre, commentò desolata: «dall’altra parte della barricata tutto tace. Isolata si leva la voce dei radicali contro la “guerra santa dei cattolici”».
FARMACISTI
Dal Corriere della Sera del 2 novembre: «Abbiamo compiuto passi informali» - spiega il leader dei medici cattolici Nino Di Virgilio - «Ci è stato risposto che per i farmaci non è prevista obiezione. Non demordiamo e stiamo insistendo perché la legge venga rivista e l’obiezione allargata. Qui è in discussione la vita. La pillola produce l’aborto chimico. E noi non possiamo accettare la prescrizione di un medicinale che interrompe la gravidanza». Siamo veramente alla guerra, allora? No. La posizione di Di Virgilio si rivelò isolata. Nello stesso articolo comparve la posizione dell’Ordine nazionale dei farmacisti: «non darei al prodotto una valenza così diabolica» - è la risposta del presidente, Giacomo Leopardi - «Pensiamo che può servire ad evitare gravidanze frutto di violenze sessuali, oppure che mettono a rischio la vita della donna. È giusto che sia venduto apertamente in farmacia. E non dimentichiamo che la pillola del giorno dopo è sempre stata utilizzata ricorrendo ai contraccettivi di prima generazione».
Filippo Gentiloni, commentando la ventilata obiezione sul Manifesto dello stesso giorno: «per fortuna, sembra che i farmacisti recalcitrino. Per il bene della laicità e anche - direi soprattutto - per il bene di tutte quelle donne che potrebbero ricorrere alla pillola contestata proprio perché non vogliono abortire: se non trovassero in farmacia la pillola del giorno dopo a chi dovrebbero imputare il loro aborto se non proprio alla Pontificio Accademia vaticana? A chi mandare il conto - soprattutto morale - dell’interruzione di gravidanza se non alla crociata vaticana?».
L’indomani, il ministro Umberto Veronesi sembrò aprire uno spiraglio: «per loro la situazione è un po’ più complessa visto che svolgono un servizio pubblico, dovrebbe intervenire il Parlamento con una modifica di legge, ma qualcosa va fatto perché uno Stato non può imporre la propria etica a tutti cittadini».
Piero Ostellino, lo stesso giorno sul Corriere della Sera: «una dose eccessiva di sonnifero, presa volontariamente, conduce al suicidio. Il suicidio è, per i credenti, peccato mortale. Perché i farmacisti cattolici non pretendono di poter esercitare l’obiezione di coscienza anche per la vendita dei sonniferi? […lo Stato…] non obbliga i cittadini cattolici a fare i farmacisti, se non vogliono vendere la pillola, così come non obbliga i credenti islamici a fare i macellai se non vogliono vendere carne di maiale».
Il cattolico Giuseppe Della Torre, a corto di argomenti, cercò di giustificare l’obiezione in questo modo (da Avvenire del 10 novembre): «si pensi, per esempio, ad una materia in cui proprio la causa della tutela della vita e del rifiuto della violenza (in altre parole della ragione del più forte), era - come oggi - egualmente coinvolta: il riferimento è all’obiezione di coscienza al servizio militare. Su questa linea, com’è noto, le ragioni laiche trovarono consonanze e solidarietà nel mondo dei credenti, permettendo finalmente di giungere alla famosa e storica legge del 1972».
Un argomento già demolito da Paolo Flores d’Arcais sul numero 4/2000 di MicroMega (in riferimento per di più all’obiezione nei confronti dell’aborto, garantita dalla legge): «chi si è battuto con più intransigenza per quel diritto lo ha sempre fatto perché il servizio militare era obbligatorio. Laddove esso diventasse facoltativo, ovviamente, cioè una scelta professionale come un’altra, pretendere di fare il militare e di non portare le armi sarebbe considerata una semplice bizzarria, una stranezza da non prendere nemmeno in considerazione». [A distanza di tempo si può notare come l’obiezione dei farmacisti non abbia preso piede, e lo stesso Vaticano taccia: quale la causa? Adesioni limitate all’appello pontificio, oppure, furbescamente, i farmacisti (imprenditori privati a differenza dei medici antiabortisti, dipendenti pubblici) hanno preferito non rinunciare agli introiti derivanti dalle vendite del farmaco?].
SIAMO O NON SIAMO IN UNO STATO LAICO?
L’attacco della Chiesa cattolica, né il primo né l’ultimo, ha riaperto la discussione sulla laicità dello stato. Livia Turco, ministro per la Solidarietà Sociale, intervistata da Repubblica l’1 novembre è stata la prima a sostenerlo: «la Chiesa ha tutto il diritto di lanciare messaggi in difesa della vita, anche con forza, rivolgendosi alla coscienza di tutti i cittadini ed ai legislatori, ma di fronte a una legge dello Stato non può invitare medici e farmacisti a disattenderla, a violare una norma che è anche europea, in questo caso è un attacco alla laicità dello Stato di cui non si sente il bisogno».
Miriam Mafai nello stesso numero ha rincarato la dose: «solo da noi si tenta di forzare questo limite, di passare dalla critica e dalla opposizione, all’appello alla disobbedienza civile. Quasi che solo da noi non si fosse ancora realizzata quella separazione tra Chiesa e Stato, che è fondamento di ogni moderna società», mettendo poi il dito nella piaga: «é possibile che posizioni troppo concilianti del mondo laico abbiano indotto le nostre autorità ecclesiastiche a questo errore. Ma si tratta di un errore, ed è augurabile che proprio da qui riparta una capacità dei laici di riproporre le loro ragioni, con il coraggio e la coerenza di cui non sempre hanno dato prova nel più recente passato».
Piero Ostellino, sul Corriere della Sera di due giorni dopo: «se le sue ragioni (della Chiesa, n.d.r.) fossero solo morali, perché non ha invitato anche i farmacisti cattolici degli altri Paesi dell’Unione Europea all’obiezione di coscienza?».
Incredibili le tesi di Giuseppe Della Torre (Avvenire del 10 novembre): «paradossalmente i credenti sono doppiamente vincolati nella fedeltà allo Stato: non solo, come ogni altro cittadino, per un dovere giuridico, cioè per un vincolo esterno; ma anche per un dovere morale, cioè per un vincolo interno. Forse non si riflette mai abbastanza sul fatto che, per il credente, “dare a Cesare quel che è di Cesare” è un precetto propriamente etico-religioso, che lo vincola in interiore homine ad una raddoppiata fedeltà all’autorità civile. Insinuare atteggiamenti intrinsecamente disubbidienti in chi professa la fede cristiana è quindi contro ogni evidenza. Almeno fino a che Cesare rimane nell’ambito che è suo proprio». [Chiaro, no? Fedeli allo Stato, ma solo se lo Stato è confessionale].
E GLI ITALIANI?
«L’hanno usata in venticinquemila. Ragazze di 17-18 anni, informate dalle amiche, del Nord Italia come del Sud, reduci da un “incidente” che nella maggioranza dei casi è un preservativo che si rompe». La prima indagine sulla pillola del giorno dopo è un lavoro dell’AIED, l’associazione italiana per l’educazione demografica, che ha organizzato un congresso a Roma il 9 novembre. L’analisi è stata possibile sulla base dei dati provenienti dai consultori. «Il 4% delle donne che si rivolgono a noi ci chiedono di fare contraccezione d’emergenza» - dice la ginecologa Gloria Dolciotti - «Hanno saputo di questa possibilità attraverso un passaparola fra coetanee, mai dai genitori, qualche volta dal medico».
Un sondaggio Datamedia del 3 novembre aveva appena promosso la pillola del giorno dopo: a favore il 68,2% degli intervistati, contrari il 22,3%, non ha risposto o ha detto «non so» il 9,5%. [Di fronte a questi dati la mancata rivendicazione di un provvedimento gradito alla stragrande maggioranza della popolazione non può che sorprendere, o far riflettere sul diffuso servilismo dei nostri politici nei confronti del Vaticano].
Eugenio Scalfari, su Repubblica del 5 novembre, ha avuto buon gioco nel commentare: «la Chiesa è libera di incitare i suoi fedeli a comportarsi in determinati modi; lo Stato dal canto suo ha il dovere di stabilire regole e garantire facoltà. Non c’è altro da dire su questo punto specie quando quelle regole e quelle facoltà derivano da direttive di fonte europea. I papisti clericali dovrebbero forse rifletter meglio e di più di fronte a sondaggi che registrano il favore alla pillola del giorno dopo da parte del 70 per cento della pubblica opinione. Ma questi sono fatti loro e non nostri». [Tuttavia, se i "papisti clericali" seguissero il consiglio e riflettessero di più, forse chi papista clericale non è, non sarebbe costretto a combattere tante battaglie per difendere i proprî - elementari! - diritti].
(autore: sissi)
martedì 12 febbraio 2008
MUOVIAMOCI, SANTOCIÈLO!!!
Un mese fa (negli stessi giorni in cui io cercavo di stimolare un'azione in merito da parte di SUEZ), l'UDI pubblicava nel suo sito questo documento.
Come si fa a non sospettare che il periodico rigurgito “sulla 194” non sia in realtà il solito espediente per ricordare a tutte che la nostra è una libertà condizionata?
La verità è che le richieste di modifica della 194 prescindono dalle statistiche e dalla stessa realtà: l’aborto tra le italiane è in costante diminuzione, la natalità è aumentata, e sono costrette a ricorrere all’aborto soprattutto le donne straniere che non possono liberamente accedere alla contraccezione.
La verità è che abbiamo davanti un Parlamento che balbetta e nel quale la laicità annaspa. Fuori e dentro di esso, la Cei con toni insinuanti e ipocritamente protettivi nei confronti delle donne, interviene a reclamare modifiche, pur mostrandosi refrattaria, come sempre, alla contraccezione.
E’ vero, la legge 194 ha 30 anni e forse si potrebbe insieme - uomini e donne, cattolici e laici, italiane e immigrate - ragionare per renderla più funzionale e più adeguata alle avanzate possibilità che la scienza ci offre: tutte le possibilità.
Ma, in assenza di atti e di parole che garantiscano un reale confronto, si alimentano l’ostilità e il dubbio che quello che si vuole veramente è contrastare la piena libertà per le donne di decidere: nei rapporti con l’altro sesso, sul lavoro, in politica e soprattutto rispetto al loro corpo fertile.
Questo è il vero problema.
Non fonderemo niente di nuovo se non si mettono le basi per una responsabilità duale della vita. Dove duale non vuol dire che gli uomini decidono insieme alle donne della loro pancia, ma che uomini e donne fanno della loro differenza il possibile cardine per una convivenza civile.
Alla base di questa differenza c’è però una disparità: le donne hanno un corpo fertile, le donne possono concepire.
E possono - se vogliono, quando vogliono - far nascere, quindi dare la vita.
Quando una donna decide di non portare avanti una gravidanza, nei tempi e nei modi previsti dalla legge, assume una responsabilità di cui, in coscienza, è l’unica titolare.
Ogni essere umano è al mondo per volontà di una donna.
Parliamo di questo.
Non giriamo intorno al problema.
La libertà delle donne passa per l’autodeterminazione e il suo esercizio segna i confini tra una possibile democrazia e l’inciviltà.
L’autodeterminazione femminile nella legge 194 è l’unica acquisizione di questa democrazia che possiamo traghettare in una democrazia paritaria come atto politicamente condiviso tra uomini e donne.
Questi sono i termini della questione che noi riteniamo debbano essere discussi e lo faremo pubblicamente.
Ci renderemo ovunque visibili e riconoscibili e parleremo con uomini e donne di buona volontà che hanno a cuore un autentico dibattito politico.
Lo faremo con chiarezza e fermezza, affinché la possibilità di decidere delle donne sia piena e autentica.
Di decidere ovunque, nel mondo. Ovunque, del nostro corpo.
Roma, 4 gennaio 2008 - UDI - Unione Donne in Italia
Sede nazionale: via dell’Arco di Parma 15 - 00186, Roma - Tel 06 6865884 - 349 8444924
Metto questo documento a disposizione di chi voglia seguire le azioni che nei prossimi giorni, mi àuguro, inizieranno a concretizzarsi. Intanto vi informo che l'UDI ha già annunciato una manifestazione per giovedì prossimo, a Napoli, in piazza Vanvitelli, alle ore 17. "La nostra mobilitazione - affermano le responsabili dell'asssociazione - partirà da Napoli e diventerà vigilanza e presidio permanente in ogni piazza d'Italia. Autodenunciamoci tutte per aver deciso nella nostra vita".
(autore: sissi)
Ho guardato meglio il calendario: San Crispino è oggi
Polizia in azione, ieri pomeriggio a Napoli, per indagare sulla regolarità di un aborto eseguito nella clinica ostetrica del policlinico dell'università Federico II: gli agenti - secondo quanto riferisce il quotidiano la Repubblica, nelle pagine dell'edizione napoletana - hanno acquisito la cartella clinica della paziente, una donna di 39 anni, ascoltando l'interessata, un'altra degente, più alcuni medici e infermieri.
Moratorie e morammazzati... cominciamo dal vocabolario...
A. moratòria s.f.
1 TS dir., provvedimento straordinario di sospensione della scadenza di obbligazioni, spec. pecuniarie;
2 CO sospensione a tempo indeterminato, sancita da organismi internazionali, di attività che siano oggetto di controversia politica: [i.e.] m. dell’esportazione di armi
B. moratòria [mora'tɔrja] s.f.
1 sf - {diritto} dilazione a pagare, concessa in speciali circostanze ai debitori insolventi
2 sf - sospensione
C. moratòria sf. [sec. XVI; dal latino tardo moratorĭus, moratorio]
Provvedimento straordinario che sospende temporaneamente le scadenze prefissate delle obbligazioni, in particolare di quelle pecuniarie; è dovuto a gravi eventi, che colpiscono la collettività nazionale o parte di essa.
D. Moratoria
Nell'ambito del diritto, con il termine moratoria si intende la sospensione della scadenza di una obbligazione concessa per legge quando sopraggiungono casi eccezionali.
A partire da qui, se avesse un senso addurre argomentazioni razionali per contestare un'operazione ignobilmente strumentale come quella imbastita da Ferrara (e non per niente cavalcata da quei campioni di malafede e di cinismo di Ruini, Berlusconi & Co.), si potrebbe demolire dialetticamente l'iniziativa fin dalla radice: cosa, chi, vogliono mettere in mora? le donne? la L. 194, che fornisce loro uno strumento articolato e ragionevole per far fronte a una necessità? lo Stato?
Le moratorie, in genere, hanno una durata, seppure non sempre determinata in anticipo: per quanto tempo pensano si debbano "mettere in mora" le donne, la Legge, lo Stato?
E nel frattempo che succede? si intende abolire la Legge? E allora si avanzi una proposta in tal senso, o si proponga un referendum: se se ne ha la forza, le leggi si àbrogano, e l'unico posto in cui lo si può fare, in democrazia, è il Parlamento... Ma una volta "messo in mora" l'«atto» dell'aborto, cosa si pensa accadrà? Le donne che si troveranno nelle condizioni di dover interrompere la gravidanza, per quanto "messe in mora", la interromperanno comunque, esattamente come facevano prima che ci fosse la legge; si vuole che ricomincino a morire di aborto clandestino?
Confesso che, di fronte alla madornalità di certi spropositi, la voglia di imbracciare il Kalašnikov mi si ringalluzzisce irresistibilmente... in difesa della Vita, naturalmente: della Vita Libera dalla Jattura di Dover Ascoltarli e Pazientemente e Democraticamente Contestarli con Argomentazioni Pacate e Stringenti...
(autore: sissi)
venerdì 8 febbraio 2008
Cosa non va della Legge 194 ?
Non solo, ma dietro questa campagna reazionaria, ora pure l'assunzione della "pillola del giorno dopo" viene paragonata ad una pratica abortiva. Tanti medici si rifiutano di praticare le interruzioni di gravidanze e di ricettare la pillola. Addirittura , ci sono farmacisti che non la distribuiscono.
Questo stato di cose porta a ridurre notevolmente le strutture che offrono il servizio sanitario e la donna all'umiliazione ripetuta del rifiuto da aggiungere alla sofferenza per la decisione presa. Non basta: chi ricorre alla pillola del giorno dopo, dovrà richiederla incessantemente , bussando nei vari ambulatori, finchè non le verrà prescritta. A sentire il parere degli operatori che ci lavorano, pare che l'emergenza si verifichi in modo particolare nei fine settimana, creando disagio fra i pochi che la applicano e sofferenze inutili alle donne che vi ricorrono.
Ecco, che i numerosi obiettori, non permettono l'applicazione piena della Legge è un dato di fatto.
La campagna di strumentalizzazione politica al riguardo sta ulteriormente aggravando la situazione.
I numeri parlano chiaro: l'infanticidio è un fenomeno in aumento e l'ultimo neonato trovato morto in un cassonetto a Roma, è l'ennesima testimonianza. Se quella donna, avesse potuto prendere la pillola o avesse abortito nelle primissime settimane non sarebbe arrivata a tale crudeltà.
Ritengo, quindi, che ci vorrebbe maggior rigore nell'applicazione della Legge. Più forza e coraggio in Parlamento per difenderla e magari migliorarla.
Maggiore informazione e capillarità sull'argomento affinchè arrivi con facilità alle giovanissime e meno. Efficacia ed investimenti in modo tale che tutte le donne in necessità, comprese le straniere che non sanno nulla sulla nostra legislazione, tanto meno leggere e scrivere abbiano l'opportunità di poter ricorrere allo strumento. Garanzia del parto in anonimato e veri aiuti economici e psicologici alla donna che con tanto coraggio decide di partorire e magari tenersi il figlio che messo al mondo.






